Vite precarie

[Poco più di un anno fa rimbalzò in rete la notizia del suicidio di Riccardo Bonavita, un collaboratore della rivista elettronica Carmilla. Lavorava a una storia della letteratura per Il Mulino, e sembra che il precariato intellettuale lo avesse minato. Abbiamo deciso di ripubblicare su Transnext questo articolo sul precariato, scritto a ridosso della morte di Bonavita, perché ci riguarda tutti. I curatori e i traduttori, che poi sono degli autori sfortunati, conoscono il precariato da sempre. La precarietà del lavoro intellettuale, di ogni lavoro, sta aggredendo le nostre esistenze.]
Penso che sia il momento di ripartire da quella frase di Gramsci – cito senza poter identificare la fonte con esattezza – per cui “i traduttori traducono male perché lavorano male”. Personalmente sto cercando di cavarmela alternando la mia base di sussistenza: a volte mi attacco al dizionario di inglese, altre volte a una pala da pizzaiolo. Ma a quale prezzo? La tentazione di “spezzare la penna”, che nel mio caso si limita al fatto di mandare tutti a quel paese e ricominciare a interessarmi ai libri solo per leggerli, è forte.
Un esempio. Se lavorate con i piccoli-medi editori, farsi pagare per il proprio lavoro, a parte qualche rara eccezione, è sempre più difficile. Contate le cartelle, alzano un muro protettivo di vittimismo: “siamo esiliati dai grandi giri della distribuzione”, “i grandi editori ci strangolano”. Devo essere comprensivo e farmi pagare direttamente in copie dei loro libri. Forse pensano che sono un insetto xilofago: mi toccherà mangiare la cellulosa dei libri che ho scritto e tradotto, per campare.
Il caso di Bianciardi è molto noto. Non si è ammazzato tutto d’un colpo, ma si è avvelenato con la grappa, lentamente, con quella diligenza che solo un traduttore può avere. E’ stato uno dei primi a essere “esternalizzato”, cioè messo a lavorare fuori della redazione, a fare il traduttore a casa lavorando a progetto ( tra l’altro l’idea non venne a un editore “liberal”, ma a Feltrinelli). Bianciardi è arrivato a parlare della traduzione come se fosse un incubo, ma dai suoi tempi le cose sono peggiorate. Io ho fatto una traduzione lavorando la sera, mentre di giorno spalavo merda in un ippodromo.
Intendiamoci, non mi sto a lamentare perché gli intellettuali si ritrovano i calli alle mani. Anzi, io dopo un po’ che mi sbatto davanti a un monitor ho anche bisogno di attività manuale. Non c’è niente di male nel fatto di spalare merda, ma vi giuro che dopo otto ore di pala e merda, quando mi metto a tradurre i “falsi amici” li infilo tutti dal lato sbagliato.
Il mio caso non è più paradossale di altri, e penso che se ci raccontassimo le nostre storie ne verrebbero fuori delle belle. Vi racconto un altro caso di vita precaria. Conoscete Daniele Boccardi? Tra altre cose scriveva aforismi filosofici, che adesso sono stati pubblicati e hanno destato l’interesse del racket accademico. Per campare faceva l’aiuto-becchino, finché non si è ammazzato, all’età di trentadue anni. La Mondadori lo contattò per offrirgli una collaborazione tre giorni dopo il funerale.
Potremmo continuare per ore a citare nomi di letterati suicidi. Il fatto è che la letteratura è un mestiere tra tanti; come fare l’impagliatore, o il restauratore di mobili o il maniscalco, e in questo giro di vite i letterati non se la passano peggio di qualsiasi altra categoria professionale. Ormai la società non ha bisogno di persone che facciano un mestiere. Tutti i mestieri sono ridotti a lavoro: routine e noia quando va bene, precariato e disoccupazione negli altri casi. Gente come Riccardo Bonavita, come Daniele Boccardi, come Giorgio Cesarano – che per chi non lo ricorda è un poeta e un rivoluzionario – non si ammazza perché non ha il lavoro delle proprie ambizioni. Si ammazza perché non può più tradurre il flusso di vita che circola tra il sé e le cose dintorno. Solo quello ci tiene vivi.


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